un impiegato in favela

Benvenuti all’aeroporto internazionale di Maiduguri!

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 19 luglio 2016 at 11:50

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

benvenuti aeroporto maiduguri

Come stai? Dove vai? Purtroppo non posso dirti che sto troppo bene, infatti oggi, proprio nell’ultimo giorno al nord-est di questa missione, il nostro convoglio ha incrociato una sparatoria tra Boko Haram e l’esercito regolare e sono stato infilzato nel polpaccio da una pallottola vagante. Siamo stati molto fortunati perché nessun altro di noi si è fatto male e neanche io mi sono fatto troppo male rispetto a come poteva andare, infatti la pallottola è entrata ed uscita. Ora mi sedano per il dolore e mi sento un po’ allucinato. Una benda e passerà tutto.

Scherzavo…

Scherzavo, scherzavo, scusa!

Solo un pensiero, stupido quanto vuoi, di quelli che ti passano per la testa mentre viaggi verso l’aeroporto di Maiduguri, stato di Borno, nord-est della Nigeria, partendo da Yobe, stato confinante. Vero è che qualche cautela devi prenderla nel percorrere la strada che congiunge Damaturu e Maiduguri, soprattutto nei tratti in cui la distanza tra un posto di blocco militare e il successivo è molto ampia: l’esercito irregolare in fuga o in missione potrebbe tagliarli trasversalmente incrociando anche solo casualmente chi si trova a passare.

Ma lasciamo perdere le storie più o meno inventate e partiamo dalla fine.

Benvenuti all’aeroporto internazionale di Maiduguri!

Anche questa settimana abbiamo fatto il nostro dovere, quassù al nord-est, e siamo pronti a tornare ad avvantaggiarci delle comodità della capitale: si torna ad Abuja, la città che di questi luoghi non ha quasi nulla, ti ricordi di trovarti nello stesso Paese solo per i kalashnikov a tracolla dei poliziotti dalle divise nere presso i posti di controllo (dove però ti lasciano scorrere più facilmente che non qui al nord-est) e per le mandrie di bianche vacche dalle lunghe liscie corna che di tanto in tanto vedi apparire a brucare tra gli ordinati prati di fronte agli edifici, accompagnate da un ragazzino paziente che lascia trascorrere il tempo armeggiando col bastone di legno suo strumento di lavoro. Per il resto Abuja pare nient’altro che un groviglio di strade larghe, asfaltate e scorrevoli, villette, condomini, palazzi di rappresentaza della politica che ti trasmettono che va tutto bene, ristoranti e qualche favelina qua e là perché qualcuno dovrà pure servire. Intanto però fa comodo tornarci, dopo una settimana come questa, trascorsa davanti al portatile in mezzo alla sabbia; avanti e indietro tra una città e l’altra, armati di un bel sorriso e frasi di convenienza tanto per porre le basi di un rapporto simpatico con i militari che ti chiedono dove vai e i poliziotti che ti chiedono soldi o acqua: “how is the weather? How is the family? How is the work?”; una settimana a visitare i beneficiari dei progetti di cui ti occupi: bimbi rassegnati al volo delle mosche, donne sottomesse, uomini più o meno responsabili o violenti, tra villaggi di sabbia e campi che con la stagione delle piogge in dieci giorni si sono sorprendentemente inverditi e arricchiti di specchi d’acqua e di speranza per i contadini; anche se sai che non tutti riusciranno a raggiungere i loro campi, a causa della guerra.

Ma oggi è venerdì. Siamo partiti da Potikum un paio d’ore prima per attraversare il confine tra lo stato di Yobe e quello di Borno e scorrere veloci attraverso le strade bucate dal conflitto di qualche mese fa. Siamo partiti prima perché il venerdì nelle aree urbane molte strade saranno bloccate per le preghiere e rischieremmo una sosta obbligatoria, magari a pochi metri da una moschea o nel mezzo di un mercato: luoghi sensibili agli attacchi suicidi. Siamo arrivati un’ora prima dell’orario previsto per il check-in e per di più apprendiamo che il nostro aereo è stato bloccato ad Abuja come sempre capita quando il Presidente Buhari vuole muoversi: allora tutto deve fermarsi e non è dato sapere per quanto tempo. Quelli di UNHAS (l’agenzia dell’ONU che si occupa di organizzare servizi di volo, con aereo o ellicottero, in contesti umanitari) stanno utilizzando parole gentili verso i collaboratori del Presidente per assicurarsi che l’aereo possa raggiungere Maiduguri e da qui ripartire con una squadra di operatori umanitari a bordo prima che l’aeroporto chiuda. Pare che dovremo aspettare un paio d’ore in più del previsto a causa di questo capriccio. Ma è venerdì di una settimana dura, l’aria è fresca, possiamo lasciarci andare a confonderci con la natura, possiamo sederci sulla panchina sotto all’albero, osservare il volo nervoso delle mosche, sorridere ai buffi scatti delle teste gialle e arancioni e grigie degli agama agama. Di fronte a noi l’edificio diroccato dell’aeroporto ci racconta dei mesi di occupazione da parte di Boko Haram con le sue pareti scalcinate, il tetto diroccato per le granate e l’insegna “Maiduguri International Airport” quasi svanita per le fiamme.

Finestra su cosa?

Chi è che sta in favela?

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