un impiegato in favela

Dentro e dopo la tempesta

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 2 agosto 2016 at 12:48

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Dentro e dopo la tempesta in Nigeria

È venerdì 15 luglio, dopo l’attesa di due ore all’aeroporto di Maiduguri, dopo la pallottola nella gamba (che non era vera, ma come dicevo sono cose che possono capitare anche ai cooperanti e infatti a qualcuno qualche giorno fa è capitato; e d’altra parte a chi vive da questa parti capitano continuamente), mi trovo insieme a colleghi della cooperazione internazionale a bordo di un aereo traballante tra una nuvola rabbuiata e l’altra, nel bel mezzo di una tempesta.

L’aereo è in ritardo perché il Presidente Buhari doveva muoversi per andare a passare il fine settimana in villeggiatura e quando si muove lui terra e cielo della Nigeria devono bloccarsi, un po’ come terra e cielo dovevano bloccarsi in Sierra Leone quando il Presidente Koroma doveva raggiungere la sua casa in campagna.

Attendiamo nel suo nord-est dopo che, anche questa settimana, abbiamo fatto la nostra parte a mettere le pezze a un disastro umanitario ignoto ai più, che ha rigato queste distese di sabbia rossa di fosse comuni, di bambini dalla pelle raggrinzita, di pallottole e bombe suicide e omicide, di ventimila morti da arma da fuoco e da altre violenze e di due milioni e trecentomila sfollati. Attendiamo con la testa rivolta al fine settimana ad Abuja che ci servirà a staccare, a noi che siamo abituati a qualche comodità in più di quelle offerte dal nord-est. Ma che cosa vuoi che sia l’attesa di qualche ora? L’importante è arrivare prima o poi. Ma speriamo di arrivare.

L’aereo è in volo e noi siamo dentro. Qualcuno di UNHAS (l’agenzia ONU dei voli in contesti di emergenza) avrà implorato qualche scagnozzo del Presidente perché un aereo potesse almeno decollare con due ore di ritardo, prima che l’aeroporto internazionale di Maiduguri chiudesse. Un braccio con un rolex d’oro al polso si sarà levato per concedere la sua clemente approvazione. Per fortuna! Così adesso siamo in volo. Si è fatto buio, di sotto non si vede niente dell’Africa che sorvoliamo. Solo la mappa di Maiduguri tracciata su questa terra che si fa sempre più verde per lo scrociare improvviso delle piogge si è intravista per qualche minuto sotto l’elica e l’ala tremanti di questo veicolo che pare un mostro di Frankestein assemblato di pezzi di scarto provenienti dall’occidente; ad esempio, il tavolino pieghevole incastrato sul retro del sedile della fila davanti riporta la scritta “allacciatevi le cinture” in italiano, tedesco e inglese e le etichette che numerano le file e le posizioni dei sedili compongono la sequenza: “Fila 15, posto A vicino al finestrino” e subito a seguire “Fila 15, Posto D vicino al corridoio ed E vicino al finestrino opposto”, e le file B e C dove saranno finite? Si saranno perse attraversando il Mediterraneo o staranno a prendere il caldo in mezzo ai lucertoloni del deserto del Sahara; oppure si saranno incagliate tra i bastoni di legno di qualche palafitta dalla quale la costa del lago Ciad si lascia trafiggere remissiva, come gli elefanti dalle zanzare.

È solo un’ora e mezza di volo dal nord-est alla capitale, fluttuando sopra le nuvole. Nonostante tutto, ci siamo quasi. Ma ora un sussulto della fusoliera, ora un altro e un altro ancora, ora si illuminano i fari montati dietro alle eliche che impazzano sotto l’ala. Perché hanno acceso le luci? D’altra parte perché non dovrebbero? In fondo stiamo viggiando di notte. Poi l’aereo è guidato dall’unico pilota con gli occhiali che abbia mai visto nella mia vita. Ecco, magari, se evitasse di… il pilota con gli occhiali si alza dalla sua postazione, abbandona la cabina di pilotaggio, lascia lo sportello aperto, procede lungo il corridoio che separa la fila A dalle file D ed E un po’ imbarazzato un po’ perplesso, come perplessi lo fissano i passeggeri. Mi sporgo a scrutare l’interno della cabina di pilotaggio. Contiamo sul pilota automatico? D’altra parte l’aereo deve limitarsi ad andar dritto, basta che non perda quota. No, comunque, eccolo, c’è un altro pilota umano: condivido la scoperta coi compagni di viaggio, che reagiscono con una risatina liberatoria. Poi, ecco, il pilota con gli occhiali sta pure ripercorrendo a ritroso il corridoio e adesso è tornato ad occupare il suo sedile. Be’, quando scappa scappa. Stiamo tutti tranquilli adesso e siamo quasi arrivati: comincia la planata verso una Abuja in tempesta. Sotto a noi nuvole nere da attraversare. Scendiamo. Piove forte, di poco a lato ci abbaglia un fulmine. L’aereo trema e si abbandona a scossoni. Il faretto dietro l’elica, che nel frattempo si era spento, si ri-accende come innescato dai tremori del veivolo. L’elica va ancora. Ora l’aereo trema molto, qualcuno abbandona il libro o il laptop e chiude gli occhi, rivolgendo il volto verso l’alto. Sorrido coi colleghi: be’, Damiano, lo trovi un posto sicuro per l’agenda con gli appunti? Tanto per non mandare in fumo il lavoro di una settimana. Ancora scossoni…

Ci scherzo su, ma se l’aereo fosse colpito da un fulmine proprio adesso? Se capitasse proprio a noi? Se capitasse proprio qui e ora? Se il motore cedesse? Se l’ala mi andasse in risonanza? Non pensi mai che possa capitare a te, ma è possibile, mi vedo già i titoli dei giornali: “Cooperante italiano bianco eterosessuale precipita in Nigeria, lavorava nel contesto della crisi Boko Haram”. Fiumi di post dagli amici di Facebook. Eppure sono tranquillo, sì… mangari un brivido, ecco, qualche moto d’ansia all’altezza della bocca dell’esofago…

Senti, tanto prima o poi deve capitare e se capitasse così, proprio adesso? Ci sarebbe dolore tra le persone care ma passerebbe e resterebbe la storia di una vita. L’ultimo momento come sarebbe per me, guardando a ritroso questa storia? Gli ultimi capitoli sono quelli che preferisco: il Brasile, la Sierra Leone, la Nigeria, Lookman. In molti si stringerebbero a lui. Proprio adesso, mentre traballiamo, Lookman sta ricevendo la sua prima operazione. Be’, se fosse capitato qualche anno fa non avrei potuto dirmi pienamente soddisfatto della mia storia fino ad allora, non mi ci sarei sentito a mio agio, avrei gridato nel mio ultimo eventuale momento invocando di poter vivere di più per recuperare, per fare qualcosa che potesse farmi più felice; adesso invece… be’, certo, ci sarebbero ancora tante cose da fare, ci sono sempre cose da fare, poi ci sarebbe da scrivere, ci sarebbero dei racconti da condividere. Lookman in questo momento sta in una sala operatoria attrezzata con medici competenti. Quindi, via, tanto ci sarà sempre qualche cosa che ancora desidereresti portare a termine. Il dolore che proverebbe chi mi sta vicino sarebbe smorzato da questo mio stesso pensiero. Intanto, mentre penso, proprio adesso, in questo venerdì 15 luglio, la bocca di Lookman si sta facendo più larga e flessibile. Proprio in questo momento anche quel bimbo sta attraversando la sua buia nera tempesta. Saremo stati bravi a spiegargli che cosa gli sta succedendo, il fine ultimo del suo volo? È intelligente, ha capito di certo. È forte, l’ha dimostrato in questi anni, continuerà ad esserlo, affronterà tutto con gli occhi sorridenti, solo di tanto in tanto bagnati da una lacrima; affronterà tutto quello che dovrà fare tra un’operazione e l’altra e alla fine di tutte le operazioni. Dicono che dopo forse potrà anche parlare, dicono che potrà mangiare. Dicono che non sentirà i gusti ma non fa niente: sentirà gli odori. Potrà tornare a mangiare con la bocca, potrà andare a scuola e chiacchierare con i compagni di classe. Forse. Speriamo che vada tutto bene. Speriamo che superi questa tempesta. Ah, scusami, nel frattempo io la mia l’ho superata… eccoci, con qualche scossone lo sgangherato aereo ha appoggiato le rotelle sulla pista di atterraggio. Il pilota con gli occhiali ha fatto il suo dovere. Si sarà accorto che stava piovendo? Che importa che piove, prederemo un po’ d’acqua, siamo ad Abuja. Un’altra settimana è andata. Abbiamo fatto il nostro dovere, possiamo riposare. C’è ancora da vivere, c’è ancora da raccontare. La Nigeria del nord-est si incrocia con la Sierra Leone dell’ebola e della soda caustica e con casa, con Milano. Chissà come sarà andata l’operazione. Noi la tempesta l’abbiamo superata. Non è ancora buio.

Finestra su cosa?

Chi è che sta in favela?

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