un impiegato in favela

Oltre il deserto / Capitolo 1

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 30 agosto 2016 at 11:59

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Capitolo 1 – Potiskum, all’ombra di un baobab

finestra sulla nigeria del nordest

La faccio breve così la facciamo finita con questa storia. Non sono interessata al tuo cellulare, non darei cento Naira per il tuo computer. Sì, mi incuriosisce ma non ci metterei cento Naira. Ti interessa una buona vacca che viene dal Niger? È tua per poco. Sono stata io a portarla fin qui al mercato di Potiskum. Se ti interessa questa buona vacca, parliamone pure; per il resto, tutto quello che conta per me è la mia mandria, il mio cavallo e la fascia colorata che vedi cinta alla mia fronte. Il bestiame dà da vivere a me e ai miei fratelli (siamo dodici), il cavallo mi aiuta a guidare gli animali, a fermarli, ad obbligarli a testa bassa sul ciglio della strada mentre auto e tir imbottiti scorrono lungo la Transahelian Airway da Potiskum ad Addis Abeba passando attraverso Maiduguri, N’Djamena, An Nahud, Gadaref, Baha Dar e Debra Marcos; infine la fascia mi serve per assecondare il vento mentre cavalco sulla sabbia rossa, dry o rainy season che sia, per affrontare le tempeste e le trombe d’aria; per farmi coraggio.

Non percorro l’Africa da est a ovest ma da sud a nord; attraverso il deserto lungo la Nigeria del nord, il Niger e il Mali fino ai confini con l’Algeria. La fascia mi regge i capelli e io, che mica sono mai andata a scuola, faccio a tempo a capire in che Paese mi trovo, come chiamate voi altri i luoghi che attraverso, e faccio anche in tempo a capire che Boko Haram è nata molti anni fa.

Boko Haram nella tua lingua vuol dire “vietato il libro”, che vuol dire “vietato l’occidente”, perché il primo libro da  queste parti fu portato dai bianchi per imporre la loro storia. A me non interessa questa storia dell’occidente. So che un tempo noi pastori non facevamo guerra ai contadini per un pezzo di terra. Attraversavamo ogni confine senza armi. Sacchi e bambini in groppa ai muli, raggiungevamo Tchin-Tabaraden e qui ritrovavamo Hausa, Tuareg e Fulani provenienti da ovest e da est. Noi Woodabe ci andavamo per scambiare capre con riso, tè e zucchero. Incontravamo amici e parenti e ci riposavamo dal viaggio. Il sale è fondamentale, quello lo trovavi a Teguidda’n Tessoum, in Niger, non distante dall’Algeria; il suolo era ricco di sale e i dromedari venivano accompagnati qui: succhiavano il  suolo per fare riserva. Ne arrivavano così tanti che sul finire della stagione delle piogge, a poco a poco, si formavano distese intere di dromedari!

Tutto adesso è morto. Molti di noi si ritrovano ai confini delle grandi città a infilare le braccia nei rifiuti alla ricerca di risorse dalle parti delle miniere di uranio. Qui per aiutarci qualcuno ha costruito dei campi di accoglienza. Ci facciamo salva la vita ma quella per noi non è vita: moriamo, continuiamo a morire, è come stare in prigione, in prigione staremmo meglio, non possiamo muoverci; ma se ci muoviamo il nostro bestiame morirà in mezzo al deserto e noi con loro.

Quelli di Boko Haram cominciarono a usare le armi quando le cose peggiorarono ancora. Raccoglievano consenso perché la gente stava male. Poi Yusuf fu ucciso dalla polizia e tutti si decisero a prendere le armi. Fu sostituito da Shekau e ci furono grandi attacchi e rapimenti attorno al lago Chad. Avanzarono verso sud fino ad Abuja. Io li vedevo, i ragazzi e le ragazze che si arruolavano. Non volevano altro che lasciare i pascoli e le campagne per avviare una loro impresa. Il Governo aveva rotto le promesse: avevano assicurato loro che li avrebbero aiutati ma gli aiuti non arrivarono mai. I soldi arrivarono da Boko Haram. Poi smisero di prestare soldi, cominciarono i rapimenti nei villaggi, cominciarono a rapire i bambini. Ai bambini tu ripeti la stessa filastrocca tutti i giorni, che sarai un eroe, che devi sparare, li droghi, li spingi al mercato con una bomba legata alla pancia, quelli piangono, attirano l’attenzione di chi sta attorno e bum. Chi si rifiutava di andare con loro veniva ucciso. Facevano finta di sposare le bambine, le violetavano per produrre più figli che potevano: sapevano che questi sarebbero stati rigettati dalle comunità e che non avrebbero potuto fare altro che continuare il lavoro cominciato. È così ancora adesso, proprio adesso, mentre mi ascolti, è così.

La gente adesso fugge. Noi pastori fuggivamo già da prima a causa di altri flagelli. Non avevamo più latte, senza latte come si fa a vivere? Niente più sale di Teguidda’n Tessoum, niente zucchero di Tchin-Tabaraden, niente festival nel deserto per sceglierti il marito dagli occhi e dai denti più candidi.

Oggi chi ha terre le vende, chi ha bestiame lo vende, chi ha un aratro lo vende. Si è costretti ad andare a cercare qualche amico o qualche parente nelle regioni vicine. I contadini non coltivano, i pastori non pascolano. Devi scappare senza farti prendere, devi nasconderti nel bush, devi viaggiare di notte. Boko Haram ti massacrerebbe, i militari ti chiederebbero favori sessuali per accedere a un pozzo, la polizia ti prenderebbe quello che hai in cambio del permesso di attraversare il confine. Sono in milioni che scappano e la maggior parte sono bambini che hanno perso entrambi i genitori: saranno morti, saranno fuggiti in un’altra direzione, saranno stati rapiti? Adesso Boko Haram si chiama anche West African Islamic State. Shekau si è indebolito ed è stato sostituito, forse è già stato ucciso. Forse tutto ricomincerà da principio senza aver mai raggiunto la fine.

Adesso devo andare, verso sera giungerà la tempesta, devo trovare ospitalità o le bestie si spazientiranno: siamo noi che stiamo dietro alle mandrie, non il contrario. Speriamo che la stagione delle piogge passi e ci porti un buon raccolto, che tutte le divinità della terra siano clementi e tengano lontane le locuste e il colera; speriamo di poterci un giorno incontrare, magari al centro del deserto per poter scegliere un marito dai denti e gli occhi candidi come le stelle che brillano nel mezzo del deserto quando è notte.

A presto col secondo capitolo (di tre). Ed ecco la prima serie del diario fotografico dalla missione nigeriana (puoi scorrere facendoci click sopra). Puoi trovare tutti i racconti de Finestra sulla Nigeria (del nord) su questa pagina.

 

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