un impiegato in favela

Da una fonte d’acqua dolce (il racconto di Beirut)

In Finestra MEMO on 13 febbraio 2017 at 16:15

Da Finestra MEMO, Di Un impiegato in favela

Da una fonte d'acqua dolce (il racconto di Beirut)

Biblo – il pozzo d’acqua dolce della dea Isis

Caro Lookman, c’è da lottare, c’è da lottare per far muovere una bocca che è rimasta ferma per tutti questi anni. Mh mh solo tre? Hai ragione, solo tre, certo per otto anni di vita non sono pochi; ma se lo dici tu, tu che sai come accettare l’inevitabile, sta bene così. Poi è vero che tre anni non sono niente rispetto al tempo che è passato da quando una giovane donna circondata di luce divina incontrò un re nei pressi di una fonte d’acqua dolce. Mh mh, che storia è? Non è una storia, è una favola, te la racconto? C’era una dea che si chiamava Isis, proprio Isis si chiamava. Viaggiava attraverso il mondo allora conosciuto alla ricerca del feretro del suo amato Osiris, suo fratello e sposo. Osiris era stato ucciso dal fratello Seth per potere e vendetta, il suo corpo era stato da questo disperso perché ogni ricordo di lui fosse cancellato. Isis non si era arresa e un giorno, nel corso della sua ricerca, si trovò nella città di Biblo, ai margini di un pozzo nel quale scorreva una fonte d’acqua dolce. Lei sapeva che qui avrebbe trovato quello che cercava. Infatti il corpo del suo amato era stato trascinato lungo il Nilo fino ad essere ribaltato sulla sponda più orientale del Mediterraneo. Qui il corpo si era intrecciato con le radici di un albero di acacia, che, avendo ricevuto un lampo di energia e di vita, aveva preso a crescere alto e forte. Il re di queste terre aveva notato l’albero ed aveva usato il legno che conteneva la salma e lo spirito di Osiris per rinforzare il suo castello. Isis si fermò proprio vicino al pozzo attorno al quale era stata fondata la città di Biblo. Fu gentile con tutti coloro che incontrava: si trattava dei servi del re e della regina, i quali si accorsero subito della sua natura divina perché i capelli e la pelle della donna emanavano profumo d’ambrosia; così Isis fu accolta a corte e le fu assegnata naturale fiducia, tanto che le furono affidate le cure del principe, a quei tempi ancora in fasce. Isis allattò l’infante porgendogli il dito anziché il seno e presto tutti seppero che era una dea, figlia di Geb, dio della Terra, e Nut, dea del Cielo. Raccontò la sua storia, recuperò il corpo di Osiris che era rimasto ad attenderla tra le assi di legno del castello e proseguì il suo viaggio verso altri miti. Ma quello che conta è che, sai, quel pozzo dal quale tutto era cominciato oggi c’è ancora, si trova tra le rovine di Biblo, non distante da Beirut, e forse non a caso il fenicio Bêrūt vuol dire “sorgente d’acqua”. Beirut fu fondata migliaia di anni fa . Da qui, come anche da Tiro, Sidone e Biblo, transitarono i commercianti del mondo allora conosciuto, i viaggiatori che provenivano dall’oriente. La città si legò all’Egitto prima e a Roma poi; agli albori dell’era di Cristo fu rasa al suolo da un grande terremoto, dopo fu conquistata da diversi imperi, fu romana, bizantina, fu presa dai crociati… mh mh, chi sono i crociati? Soldati che andavano in giro a sottomettere popoli che ritenevano infedeli… (poi ti faccio vedere Indiana Jones così ti spiego per bene)… ma passò la furia del conquistatore Saladino che caccò i crociati (di Saladino ti dirò ancora quando saremo a Damasco), tornarono i crociati e poi furono gli ottomani. I commerci si fecero floridi e proseguirono per secoli. Più avanti, la riscoperta dell’Egitto portò anche a Biblo, ed ecco, lo vedi?, ecco il trenino per visitare le rovine abbracciati sotto all’ombrellino da sole, ed ecco ancora qui quel pozzo da dove era cominciato tutto, sotto al quale ancora oggi scorre acqua dolce. Ma giungendo ai decenni più vicini, ecco la guerra, la nostra, la prima guerra mondiale, e poi la seconda. Nel ’48 giunsero qui gli ebrei che fuggirono dalle terre occupate dagli arabi e i palestinesi dalle terre occupate dagli ebrei. Ci fu una guerra tra cristiani e musulmani, arrivarono gli americani a sedarla e, con loro la ricchezza, di nuovo il commercio, di oro, tessuti, petrolio. Quando in Europa i bombardamenti sembravano essere finiti, qui ricominciarono. Beirut fu rasa al suolo. Le pareti di tutte le abitazioni si ridussero al colabrodo ben visibile ancora oggi. Il teatro nella piazza dei Martiri fu sfondato dalle dall’artiglieria pesante e ancora adesso si può vedere ciò che ne rimane, l’unica superstrada che collegava il sud al nord del paese fu trasformato in una pista d’atterraggio per aerei militari. Oggi i grattacieli, uno stretto all’altro, in bilico sul forso ammaccato delle colline, ti fissano con sguardo opaco: nei loro occhi si intravede, furtiva e letale, l’ombra delle raffiche; sul loro capo si stagliano i cannoni contraerei ancora rivolti al cielo, in eterna attesa di un volo da spezzare. Sono le tracce di quegli anni in cui milioni di libanesi scapparono verso qualsiasi altro luogo del mondo che volesse accoglierli e dove potessero continuare i loro commerci. Anche da te, in Sierra Leone, ce ne sono tanti. Nel ’91 finì la guerra, arrivarono i siriani, cominciò la ricostruzione. Un tale Hariri comprò tutti i palazzi distrutti, riempì di cemento i fori delle pallottole (almeno una parte) e rivendette i palazzi ricostruiti, diventò ricchissimo, fu presidente del Libano e fu fatto esplodere sul lungomare insieme a più di venti persone di passaggio. La rivoluzione dei cedri cacciò i siriani ma negli anni successivi ancora guerre, le falangi, Hezbollah. Che traffico oggi, bisogna partire presto altrimenti resteremo imbottigliati. Guarda quanti grattacieli, per le strade le Ferrari, le Lamborghini, i suv, che quando piove sgommano e giocano a sfiorare i passanti. Intanto su a Tripoli si spara ancora: da una parte di questa strada martoriata che fa da linea del fuoco ci sono i sunniti alawiti, dall’altra gli sciiti; dalla Siria giungono qui i contadini che un tempo venivano in pace per i loro lavori stragionali, scalano le montagne, raggirano le dogane e continuano a giungere qui, come anche i palestinesi; ad ogni angolo ci sono filo spinato e barricate, le mura crollate, io e te che ci incrociamo, decidiamo di vederci, andiamo a bere una cosa al Badaro, il quartiere cristiano, i nostri sguardi si sfiorano, oggi un uomo è stato fermato proprio qui con l’esplosivo, si era informato su quale fosse l’orario più affollato; oggi un siriano ha rifilato cinquanta coltellate ad un libanese, sarà processato dal tribunale siriano, sarà impiccato; oggi un pick-up è stato fermato ricolmo di esplosivo; stai lontano dalla Bekah, è luogo di sequestri, stai andando in Siria?, dimmelo ma non dirmelo, e adesso, come dice la canzone, lasciati andare con la testa sulla mia spalla, appoggia la tua mano nella mia , è sera, Hamra road è intasata, le auto in doppia fila attendono le signore che sono andate ad acquistare Rolex, Gucci, Valentino, è in costruzione un palazzo alto, molto alto, sarà il più alto del Libano. Finisce così, oppure è ancora da scrivere, il finale della favola di Beirut, a presto con quella di Damasco. Capito? Mh mh.

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