un impiegato in favela

Siria: un altro punto di vista alternativo

In Finestra MEMO on 9 aprile 2017 at 20:17

Da Finestra MEMO, Di Un impiegato in favela

Damasco, cuore di pietra, ai piedi della moschea omayyadi

Un altro punto di vista alternativo, e dopo pubblicherò il mio, in “Valico di montagna”, che arriva prossimamente su questa stessa finestra. Ma prima, il post di Marco Perduca qui copia-incollato: “m’ero ripromesso di non farlo, ma siccome vedo che al caos siriano si aggiunge la confusione sconclusionata di chi, in buonissima fede, si vuole interessare di conflitti, vediamo di chiarire un paio di cose (mettetevi comodi perché ci vorrà un po’ per stomacarlo).

1 in Siria è in corso un conflitto armato interno, iniziato a gennaio del 2011 con una reazione sproporzionata della polizia ed esercito siriano nei confronti di pacifiche manifestazione di dissenso nei confronti del regime di Assad. Tutti i venerdì, principalmente nella zona della città di Homs, i giovani si ritrovavano davanti alle moschee per dedicare le loro adunate a una categoria di siriani che era maltrattata in un modo o in un altro dal regime (donne, bambini, studenti, vecchi ecc ecc). Sfido CHIUNQUE a dimostrare il contrario! per i primi 3 o 4 mesi tutto era squisitamente politico, molto gioviale, con canti e balli contro Assad e i suoi e a favore (come anche in altri paesi) dell’avvio di un processo di riforme democratiche. Poi la violenza, le incarcerazioni, le torture del regime hanno cambiato radicalmente, e progressivamente, lo scenario. Talmente tanta era la violenza dell’esercito sui civili che alcuni militari hanno disertato e, forse sperando in una pronta reazione o dei vicini o della comunità internazionale, si sono organizzati nel cosiddetto esercito della Siria libera. Americani, britannici, francesi, ma anche i turchi, hanno iniziato ad addestrare e armare informalmente questo esercito. Molti degli ex manifestanti si son uniti a questo gruppo, altri tra i più risoluti o senza speranza, si son uniti ad altri gruppi para-militari. L’esercito siriano, sicuramente non tra i più avanzati della regione (di che campa la Siria?) s’è concentrato nelle aree occidentali del paese creando un vuoto di potere e controllo al confine coll’Iraq, principalmente nella zona intorno a Raqqa. Nel giro di pochi mesi già alla fine del 2011, questo vuoto è stato riempito dall’ex esercito di Saddam che si stava ri-organizzando nella sua lunga resistenza all’invasore americano e alle squadracce sciite irachene dandosi intorno al 2013 il nome di ISIL e poi ISIS. Col passare del tempo e l’arrivo di mercenari da decine di paesi, il conflitto s’è fatto sempre più intricato, la debolezza del regime di Assad ha facilitato l’infiltrazione di al Qaeda, magari sempre presente ma poco attiva in Siria, che s’è data vari nomi, il più noto è al Nusra. Ogni fazione in campo, ha un sostenitore fuori dai confini. Oltre ai danari stranieri i belligeranti si finanziano vendendo il petrolio e trafugando opere d’arte. Decine di banche son state rapinate e traffici di ogni tipo hanno continuato a passare dal quel “confine” (desertico) dove negli anni nello Oil for Food, passava letteralmente di tutto (chiedete a Formigoni).

2 in Iraq nel 2003 non c’era alcun conflitto armato interno in corso. L’Amministrazione Bush riteneva che Saddam Hussein si fosse procurato armi nucleari e che avesse ospitato o avesse contatti con le alte sfere di al Qaeda, anche se non necessariamente Osama bin Laden. Queste accuse erano state raccolte da una serie di fonti misteriose (tra cui anche i servizi italiani in Niger) alla ricerca di un motivo per reagire in un altro paese storicamente nemico all’indomani degli attiche dell’11 settembre 2001 a New York. Colin Powell presentò davanti al Consiglio di Sicurezza delle prove, che poi si scoprì esser state fabbricate ad arte, per giustificare un’azione militare delle Nazioni unite per prevenire altri attacchi tipo quelli dell’11 di settembre non solo contro gli USA. La giustificazione era molto simile a quella usata da Trump ieri per giustificare il bombardamento della base aerea di Idlib in Siria “vital national security” (e anche l’ambasciatrice USA al CdS ha fatto vedere delle foto di bambini gassati), ma l’attacco missilistico avveniva (probabilmente da acque internazionali nel Mediterraneo) a oltre sei anni dall’inizio del conflitto. L’uso della semplificazione giornalistica “smoking gun” qui non c’entra un tubo, eventualmente (ma qui bisogna essere un po’ raffinati colla conoscenza dell’inglese) andava usata “silver bullet” (ma lasciamo perdere).

3 l’attacco USA è illegale perché, secondo la legalità internazionale, qualsiasi intervento militare nei confronti di uno stato sovrano è contrario al diritto internazionale salvo che non sia stato sancito dall’unico organo al mondo che può consentire tale attività: il Consiglio di Sicurezza. A oggi solo un vero e proprio conflitto internazionale è stato lanciato dal CdS: la guerra di Corea. Un secondo intervento militare accaduto col benestare delle Nazioni unite è stato quello contro l’Iraq del 1990 perché a seguito dell’atto di aggressione (uno Stato che invade un altro Stato – un po’ come ha fatto la Russia contro l’Ucraina nel 2014) di Saddam nei confronti del Kuwait.

4 per quanto il lancio di 59 missili contro una base militare di un altro stato sia illegale, restano in piedi questioni di legittimità, quindi, diciamo, questioni politiche relative all’intervenire con l’uso della forza nei confronti di uno stato sovrano quando i governanti di questo ammazzano “senza motivo” i propri cittadini in modo massiccio e sistematico (come mi pare si possa dire senza ALCUN TIMORE DI SMENTITA accada ancora oggi in Siria). A sostegno della non illegittimità dell’intervento il non trascurabile fatto che alla Siria era stata data la possibilità di consegnare nel 2014 tutte le armi chimiche in suo possesso (il cui uso è illegale nei conflitti) ed era stato concesso, sebben avesse più volte contravvenuto alla propria “responsabilità di proteggere” il proprio popolo, di sedere in ben due “processi di pace” (uno sotto l’egida delle Nazioni unite a Ginevra, uno propiziato da vicini e amici ad Astana) che prevedevano precisi “cessate il fuoco” più volte violati unilateralmente da Damasco.

5 insistere con le responsabilità di Russia, Qatar, Emirati, Turchia, Iran, USA oppure colle negligenze e inanità di UE e ONU, vuol dire, in qualche modo (oltre che perseverare nello sport domenicale italiano della tuttologia) evitare di andare alla radice del problema: Bashar al Assad.

6 sicuramente ho tralasciato molti aspetti della complessità del conflitto siriano (ma quale conflitto non lo è?). Queste sicuramente dovranno esser tenute in considerazione da un’indagine internazionale indipendente che rispetti i più alti standard del diritto penale internazionale nei confronti di tutti i sospettati indipendentemente dalla loro affiliazione e nazionalità, ma oggi bisogna assumersi la responsabilità di dire chiaramente, come mi pare si stia finalmente iniziando a fare (Gentiloni compreso), che il problema della Siria, anzi dei siriani (e non dal 2011) è quella famiglia di criminali che li governa da 50 anni. Gli Assad.

Chi è causa di un problema non può esser parte della soluzione. Possibile che nessuno si ricordi la lezione della ex-Yugoslavia?” (Marco Perduca su facebook il 7 aprile 2017)

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