un impiegato in favela

Dopo un lustro ancora Namoraidera

In Finestra MEMO, Finestra sulla favela Rocinha, Finestra sulla Nigeria (del nord), Finestra sulla Sierra Leone, Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 2 luglio 2017 at 13:51

Da Finestra MEMO, Di Un impiegato in favela

“Prendi la strada che porta fortuna, scegli la via che va sulla luna” (Vasco)

Da Rio a Freetown alla nigeria al ME

In questi giorni, tutte le namoraideras che, affacciate alla Finestra, si sono lasciate andare a sogni e amore per l’unica grande umanità della quale facciamo parte, sono autorizzate, se lo desiderano, a staccare lo sguardo dal cielo, o a rivolgerlo lassù in modo ancora più intenso, per festeggiare il quinto anno de Finestra sulla favela. Siamo partiti dalla Maggie’s farm, siamo stati accolti da una folla di bimbi dagli occhi frizzantini in ciabattine, pantaloncini e magliettina: correvano sul dorso di una collina per andare a scoprire qualche novità. Siamo tornati a Ponte Lambro, abbiamo capito che l’epidemia di ebola era qualcosa che stava accadendo a persone vere, abbiamo imparato a conoscere una crisi umanitaria ancora oggi ignorata, quella nigeriana, o meglio del lago Ciad (mentre ci si preoccupa degli sbarchi e non si vuole capire che vengono per una gran parte proprio da là); ricongiungendo due parti di umanità che di solito si trascurano a vicenda, abbiamo vissuto il sogno di un volo, restando appesi ad ogni frammento di positiva concretezza che ogni favola che non è favola ma storia vera ci ha concesso. Siamo atterrati in un paese lontano, o meglio, medio-lontano.

A namoraidera: il  mezzo busto di legno che raffigura una ragazza di pelle nera che, con il viso appoggiato al palmo della mano, guarda il cielo trasognata e sospirante

A namoraidera

Nei prossimi giorni resta affacciata, o namoraidera, perché dalla Finestra si scorgerà qualche angolo di Iraq e qualche angolo di Giordania. Nel frattempo ecco una modesta intervista su temi collegati alla crisi siriana alla quale questo impiegato in favela può sentirsi orgoglioso di aver contribuito, considerato da dove si era partiti esattamente cinque anni fa.

Ecco la video-intervista al completo, su Notizie.it

intervista coopi marco loiodice crisi siriana notizie.jpg

Intervista a Marco Loiodice di Cooperazione Internazionale, un focus sul momento storico del medioriente.

Operare nei territori soggetti alla crisi siriana vuol dire fare i conti ogni giorno con delle difficoltà che possono apparire insormontabili: per Marco Loiodice e per Cooperazione Internazionale tutto ciò è all’ordine del giorno. Coopi agisce nell’area mediorientale fornendo aiuto con progetti di emergenza e di sviluppo. La storica Ong fondata da padre Barbieri opera in particolare in Siria, Iraq, Libano e Giordania attuando attività di cash for work e di recupero dei bambini per il loro reinserimento nell’ambiente scolastico.

Notizie.it ha intervistato Marco Loiodice, program manager di Coopi per l’area mediorientale, a proposito dei temi salienti riguardo la crisi siriana e il conflitto armato.

L’intervista a Marco Loiodice

Voi opererete a Mosul, città che vive una realtà dicotomica tra l’occupazione dell’Isis e il territorio liberato dallo stato islamico. Quanto è difficile operare in contesti simili?

Basta dare un occhio alla carta geografica per capire da dove viene e come si compone l’occupazione del territorio mediorientale da parte dell’Isis, in Iraq la situazione è apparentemente più semplice perchè c’è un conflitto in atto tra lo Stato Islamico e il governo iracheno appoggiato da una coalizione internazionale e anche locale per la partecipazione dell’esercito dei curdi.

In Siria la situazione come più o meno è noto è ancora più complicata perchè si parte dalla primavera araba del 2011, quindi da sei anni c’è un conflitto in corso che adesso ha visto una crisi politica internazionale. Come deve agire un’organizzazione come Coopi? Innanzitutto applicandosi alle cause e alle origini del conflitto: in questo caso specifico c’è sicuramente dietro una causa di natura economica (a partire dal deprezzamento del petrolio) che mette in ginocchio le popolazioni e i governi. Come pretesto e concausa c’è dunque un aspetto di natura etnica, lo scontro tra culture diverse all’interno del mondo islamico in particolare tra sciiti e sunniti. La nostra difficoltà è quella dell’accessibilità ai territori, noi abbiamo il dovere di raggiungere le popolazioni vulnerabili indipendentemente da chi è che controlla il territorio…chiaramente si potrà capire che questo è tutt’altro che facile.

Parlando del conflitto interno tra sciiti e sunniti, e ponendo un focus su quanto successo al parlamento di Teheran si può arrivare a definire l’origine dell’attentato prettamente culturale-religioso? Te lo chiedo perchè voi operate immersi in queste dinamiche socio-culturali.

Noi non siamo ancora attivi in Iran e non posso dire di conoscere a pieno quella situazione, ma lavorando in Iraq, Siria, Libano e Giordania e conoscendo questi meccanismi a me risulta molto chiaro che ultimamente è in corso una stretta militare che va da Mosul e che passa dalla Siria: ultimamente con quella che sembrerebbe una risoluzione del conflitto ad Aleppo e che adesso si sta spostando a Raqqa, unica roccaforte dello Stato Islamico.

Spingendosi verso est in questa stretta finale molto lenta è chiaro, e non mi risulta difficile comprendere, che l’esercito dell’Isis sta cercando di utilizzare tutte le armi che ha a disposizione ed è naturale che stanno attaccando un governo che storicamente, facente parte dell’asse iraniano, è sciita.

Da Teheran all’Arabia Saudita: la nazionale saudita in un confronto con la nazionale australiana, valido per Russia 2018, non ha osservato il minuto di silenzio in onore delle vittime dell’attentato di Londra. C’è una spiegazione logica a tutto questo?

Si, qui andiamo un attimo fuori da tutto ciò che riguarda le attività delle Ong e entriamo nel mondo del parere personale, in questo caso per quello che mi riguarda è molto difficile capire veramente quale sia il meccanismo. Quello che più o meno è noto è che l’Arabia Saudita è uno dei paesi maggiormente coinvolti nei finanziamenti militari, e con ciò in maniera indiretta tende a destabilizzare i governi sciiti, proprio per questo è in una lotta interna con il mondo arabo (in cui l’occidente è preso in considerazione fino ad un certo punto). Non capisco però come sia possibile una cosa del genere proprio perchè l’Arabia ha rapporti con l’occidente, e non capisco la necessità di rappresentarsi in una manifestazione simbolica di questo tipo.

Sono attentati che comunque sono organizzati dall’asse sunnita, e quindi c’è più o meno una coerenza disumana, incomprensibile e violenta tuttavia questi paesi vivono una crisi in cui gli attori di questa guerra cambiano ogni giorno e il nostro lavoro a volte (al di là dell’operare in territori in difficoltà con popolazioni appartenenti a questa identità sociale) ci presenta queste situazioni ed è davvero difficile accostare una linea logica a certi eventi o a certi comportamenti.

Un impiegato in favela

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