un impiegato in favela

Regione del Kurdistan Iracheno nei volti e in volo

In Finestra MEMO on 12 luglio 2017 at 10:47

Da Finestra MEMO, Di Un impiegato in favela

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Syrian, Syrian, ripeteva una voce di bimbo che proveniva proprio da un bimbo, un bimbo dai capelli neri lucidi, pettinati con la riga a destra, con la maglietta strappata su un fianco e segnata da un alone scuro di quelli che non svaniscono con una sciacquata a freddo sull’altro; un bimbo come te, solo che lui cantilenava Syrian, Syrian, sventolando davanti alla pancia di un passante qualsiasi la stampa di una fila di volti in formato tessera, volti schierati come volti di criminali ricercati, volti dei suoi genitori, dei suoi parenti, dei suoi amici scomparsi; nei piedi tutta la strada dalla Siria orientale, dall’altopiano, dal deserto, da al-Raqqa, da Deir-El-Zor, dal sud della Rojava; quanta strada bruciata con un passo trascinato dopo l’altro, quante incertezze, quanta paura, la paura fa eco nella sua cantilena, Syrian, Syrian, dalla ripetitività che sfuma nel vuoto dello sguardo. Quanta strada per giungere ad Erbil, la capitale dell’unica porzione di terra curda riconosciuta ufficialmente da un governo, il governo iracheno; quanta strada, a furia di Syrian, Syrian, ribaltato nel mezzo di un’altra terra ancora, anche questa disseminata di tracce di occupazione violenta, di fori di sparatorie e di schegge di mine anti-uomo.

Mh mh?! Vedi? I curdi, gli iracheni e i siriani passano oggi quello che tuo padre, tuo nonno e tanti dei tuoi amici hanno vissuto in Sierra Leone per più di dieci anni poco prima che tu nascessi. Chi sono i curdi? Sono un popolo, come dire i sierraleonesi ma senza Sierra Leone. Loro sono curdi ma non hanno un paese curdo; solo quelli iracheni hanno una regione autonoma in Iraq. In più, non solo qui ma anche in Siria, dove la loro terra la chiamano Rojava, hanno un esercito, i peshmerga, che nella lingua dei curdi vuol dire “fronte alla morte”, quindi proprio “esercito”. Hanno un’identità culturale che li ha visti attraversare molte repressioni tra Iraq, Turchia, Siria e Iran. Mh mh? Che altre parole so in curdo oltre a peshmerga? Non molte, piccoletto, per il momento so che “pênc” vuol dire “cinque”, come cinquemila dinari che ti chiedono i tassisti per la maggior parte degli spostamenti entro i confini di Erbil, per esempio da Empire ad Ankawa, il quartiere cristiano, dalle parti del blindatissimo consolato americano, il quartiere che ti accoglie in un parchetto allungato, disposto a spartitraffico, che in fondo ospita una statua di una certa personalità, una madonna dai veli bianchi e azzurri, come Yemanjá, la signora del mare.

Mh mh! Altre parole? Quando scendi per ringraziare l’autista puoi dire “sipas!” (spas!), ma il saluto che preferisco è sarchaw: la pronunci con un suono simile a “ciao ciao” con la c strascicata mentre porti le mani al volto a coprire gli occhi. Vuol dire “sui miei occhi”, come se fosse un invito ad accedervi: mi fido di te, sei benvenuto tra i miei più profondi pensieri.

Un’esplosione nel centro antico di Mosul, il boato e la distruzione che ne è derivata, a partire dal minareto e dalla moschea della città, hanno avuto risonanza sui media occidentali… Mh, mh?!… intendo la tv e i giornali in Italia e in giro per l’Europa, piccoletto… ma sono passati anni di occupazione e mesi di assedio militare prima di quel boato. I presidi sanitari e di primo soccorso a due passi dal fronte, nei mesi scorsi, hanno continuato a tirare a sé ciò che avanzava dei pochi abitanti che di tanto in tanto riuscivano nella fuga. Là dentro, assediati dall’ISIS e dalla guerra, ne erano rimasti almeno ottantamila. Dall’inizio della battaglia di Mosul quasi un milione di persone ha dovuto cercare un riparo lontano da casa, nei campi profughi, in qualche cantiere abbandonato, in qualche sabbiosa tenuta agricola. I frammenti del minareto storto sono stati scagliati a decine, centinaia di metri, le nuvole di polvere aleggiano nell’aria, si fondono lentamente alla sabbia che proviene dallo sconfinato altopiano dove in molti torneranno a nascondersi o a riprendersi, molti resteranno nei campi, dai quali non potranno uscire perché, che abbiano imbracciato le armi o no, sono ormai bollati come ISIS, anche se di fronte agli occupatori non avessero fatto altro che piegare la testa per aver visto violentati le proprie terre, i propri corpi e i propri pensieri.

Il Tigri continua a scorrere, come milioni di anni fa, forse oggi solo più magro, dalla spina dorsale di bestia stanca visibile sotto la veste d’acqua. Dall’alto tutto è calmo, cambiano gli scenari, tutto in ordine, gli uomini sembrano scomparsi, le case vuote, non si scorgono bambini, se si vedessero parrebbero in forze, privi di ferite, a te piacciono i voli. Mh mh. Ancora un attimo e te ne mostro uno, ma prima devo farti salutare da una donna incontrata in queste terre.

Un volto dalle rughe profonde circondato di nero: nero l’abito castigato, nero il copricapo che sfiorato da dita magre, esperte, si ritira rivelando capelli lunghi neri e bianchi; il volto di una signora curda e quello di un’altra signora di fianco a lei osservavano con calma ferma i movimenti dei figli maschi adulti che si davano alla shisha, quelli delle nuore che si occupavano dei bambini, dei nipoti, che insieme agli adulti festeggiavano l’Eid, la fine del Ramandan, presso un giardino aperto al pubblico nel quartiere di Ankawa, un locale aperto a tutti, anche alle donne, che, espatriati occidentali a parte, arriveranno sotto braccio al resto della famiglia e non certo da sole. Con gli occhi scuri e fermi le signore tramandavano il significato di essere curdi e di essere le donne anziane di casa, con sguardo indifferente come le cose della natura, come lo scorrere del Tigri; lo stesso sguardo prima e dopo la nascita dell’ISIS, prima e dopo la presa di Mosul, prima e dopo l’esplosione finale, lo stesso prima e dopo la fuga della gente, lo stesso mentre in molti perdevano tutto: rifugio, cibo, cure mediche, acqua, figli, nipoti, nonni, gioco, banchi di scuola, lavoro, lo stesso mentre finisce Mosul ed altre battaglie cominciano, battaglie che forse riguarderanno sempre meno l’IS, sempre meno i media occidentali, sempre di più nuovi nemici e nuove ragioni, oppure sempre le stesse, sempre quelle delle quali lo scorrere del Tigri e lo sguardo delle vecchie provenienti dall’altopiano è testimone da centinaia di migliaia di anni; intanto tra poco sarà la volta di Tel Afar, Hawija e di alcune terre dell’Anbar occidentale.

Prova a saperne di più: sei piccoletto e crescerai, poi se andrai a scuola potrai leggere questo racconto e già adesso puo  guardare il video di qualche giornalista coraggioso come questo. Ma sei stato bravo e possiamo levarci in volo. Siamo in aeroporto, all’aeroporto di Erbil, prendiamo il volo e sorvoliamo l’Iraq e poi la Turchia e i paesi vicini; il deserto cede all’incresparsi delle montagne, dove molti si nascondono e preparano nuove rivolte; poi tutto cambia, si fa meno arido e più ordinato, sembra che la terra sia stata disegnata con una riga e una squadra e colorata dentro le linee come piace fare a te, tutto si fa sempre più ricco e organizzato, con le automobili una di fila all’altra, le strade larghe coi lampioni, i paesi, l’energia elettrica, le scuole dalle pareti candide, i tetti spioventi; siamo a casa, casa mia, che è stata anche casa tua per un annetto, prima di tornare a casa tua, quella dove sei cresciuto. Sorvoliamo tante case e dall’alto sembrano tante stanze di un’unica casa, solo ogni stanza diversa dall’altra, e quale sia casa mia e casa tua io non me lo ricordo più.

Un impiegato in favela

Chi è che sta in favela?

Finestra su che cosa?

Chi è Lookman? (il bambino Mh mh)

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