un impiegato in favela

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Se non ci vediamo più, auguri

In Altre finestre on 15 aprile 2017 at 11:36

Di Un impiegato in favela

NigeriaL

Monguno, Nigeria- Women wait for a food distribution to commence at the Government Girls Secondary School IDP camp in Monguno, Nigeria on Tuesday, September 27, 2016. Very little aid has reached those in need in Borno State, Nigeria where it is estimated that over 3 million people have been affected in this long running conflict. The town of Monguno which houses 60,000 people is not hosting over 140,000 internally displaced people. (Jane Hahn for the Washington Post)

E intanto, impegnati in altre marce di pasqua, mentre ci preoccupiamo del rischio di nuove guerre, qui veramente rischiamo di non vederci più: vediamo sfocato, non vediamo molte persone, folle intere in fuga, nella disperazione, per sfuggire agli stermini per fame e per fuoco d’armi. La guerra è in corso: oltre che in Siria e in Iraq, anche almeno in Afghanistan, in Yemen, in Somalia, in Sud Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo, Nella Repubblica del Centrafrica, in Nigeria (e Niger, Ciad e Camerun), in Mali, in Libia. Segnalo un articolo del Washington Post che Leggi il seguito di questo post »

Ultimo racconto di favela e auguri!

In Ad Antonio Spirito, Finestra sulla favela Rocinha, Finestra sulla Nigeria (del nord), Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno, Il libro della Finestra on 31 dicembre 2016 at 15:30

Di Un impiegato in favela

ultimo racconto dell'anno finestra tra sierra leone, favela rocinha e nigeria

Mi chiamo Suliman Kamara, ho gli occhi lucidi, le guance e il panciotto gonfi, la camiciola beige e i pantaloncini con le vele colorate, mi portò via l’ebola due anni fa. Ciao Suliman, sono un ex consulente informatico, ora cooperante, ti accompagnai io con le mie braccia per quel tuo ultimo viaggio, e mentre ti accompagnavo ti promisi che avrei raccontato di te mille volte e mille volte ancora. Sono Fatmata, faccio la suya: è così che chiamiamo in Nigeria gli spiedini di carne di manzo, le vedi quelle vacche dalle costole sporgenti e le corna che si stagliano verso il cielo sfocato dalla sabbia? Quelle finiranno qui, prima o poi. Se la sono spassata mentre c’era Boko Haram in città eh?! Se la sono spassata perché io non c’ero, avevo dovuto sospendere l’attività per fuggire: qui bruciava tutto. Adesso Boko Haram si è spostata verso nord ed io sono di ritorno, che tutte le vacche siano avvertite! Sono Ibrahim, sono un ex-insegnante di scuola, ora insegno a questi bambini nel campo profughi dove ci ritroviamo, ma è fatto di capanne montate alla meglio nel fango, ci vorrebbero acqua pulita e pane per questi qua… e a noi va ancora bene! dove stavamo prima non c’era niente da mangiare e a fiorire erano le sepolture. Ehi mané! Sono Thiago, ti ricordi di me?! Mi hai un po’ Leggi il seguito di questo post »

“Una carestia come non si è mai vista”

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 26 ottobre 2016 at 15:51

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

È di recente pubblicazione la notizia della liberazione di alcune delle bambine di Chibok, quelle rapite due anni fa dalle truppe di Boko Haram, per intenderci, quelle della campagna #BringBackOurGirls. Tutti coloro che hanno seguito la vicenda sono più o meno consapevoli del fatto che ancora un centinaio delle ragazze di Chibok si trova sotto il controllo forzato del gruppo armato sedicente islamico. Però in pochi sono consapevoli del contesto di morte e distruzione che affligge la regione del lago Ciad (Nigeria, Camerun, Niger, Ciad). Ho tradotto un recente articolo del Washington Post che descrive sinteticamente la situazione. Ho aggiunto alcune note personali sul testo. In coda all’articolo una galleria fotografica che viene dalla mia esperienza sul campo e che credo dia l’idea delle dimensioni della crisi.

finestra sulla nigeria del nordest - oltre il deserto

Un campo sfollati nello stato di Yobe, Nigeria

“Una carestia come non si è mai vista” Leggi il seguito di questo post »

Oltre il deserto / Capitolo 3 (ultimo)

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 9 settembre 2016 at 10:44

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Capitolo 3 – Ponte Lambro, casa?

“Sono proprio contento di essere vivo, prossimo al congedo; 
certo, vivo in un mondo di merda, questo sì,
ma sono vivo e non ho più paura.”
(Da Full Metal Jacket, Stanley Kubrick)

finestra sulla nigeria del nordest (62)

Un attimo prima, ad Abuja, tutto bisbigliava: ai bordi della strada tralicci reggevano a stento fili elettrici traballanti, lampioni friggevano, auto suicida facevano slalom tra le corsie spintonandoti addosso blocchi d’aria; ossa di cantieri scricchiolavano sotto il peso della loro lenta crescita prefigurando future ascese e tracolli; ai bordi dell’asfalto si affacciavano teste preistoriche dai gesti buffi degli agama agama, racconti di decadenza presente e futura, boccioli di disillusioni, strette di mano velenose, buste di ufficiali corrotti, rincorse disperate, fughe, foglie annerite dal petrolio, piume abbrustolite dal gas, puzza di pelle brasata, abbaglianti insegne e stazioni di rifornimento deserte.

Smonto dall’auto. Scende anche Emmanuel, l’autista. Mi offre sottomessi slanci di affetto dichiarandomi che dovrei tornare, che gli mancherò; si offre di allacciarmi le scarpe, di caricarsi sulla schiena le mie valigie; mi propone con insistenza di presentarlo alla mia famiglia.

All’ingresso dell’aeroporto un’invadente pancia verde-militare richiede il passaporto ad una giovane ragazza che mi precede nella fila e non la lascia in pace fino a che non la raggiunge il marito più grosso di lui. Mi tornano in mente i posti di  blocco del nord-est: “Non hai qualcosa per me?”, sussurra la divisa col kalashnikov, “guarda bene, neanche una bottiglia d’acqua? Facciamo la prossima volta?”… “Solo i passeggeri!”, si affanna il militare, “tu, mostrami il biglietto!”. Un uomo riesce a sgattaiolargli sotto l’ascella: “torna indietro, canaglia!” “Yessir, accompagno il signore al check-in ed esco” “Esci ora!” “Sir…” “Ora!”, accarezzando il mitra.

L’aeroporto mi accoglie tra pareti ammuffite, scritte sbiadite e calcinacci. Seguono l’ispezione dei bagagli e il controllo dei documenti: “hai pagato per il rinnovo del visto?… come no? devi pagare la tassa, puoi pagarla ora a me? non hai contanti? passi per questa volta, non perdiamo tempo, circolare!”. Al metal detector qualcuno affonda le mani nell’intimità del mio zaino, cerca qualcosa di prezioso, non trova niente. Avanzo. Oltre quella linea gialla ricominciano i miei diritti. Un passo alla volta. Oltre quella linea gialla ricomincia casa.

Agli imbarchi risuona nel petto di ognuno la paura della bomba. Ci scambiamo sguardi furtivi, boccheggiamo davanti al condizionatore, fuori avanza la notte. Due ore di attesa e sarò a bordo.

È l’alba a Parigi. Corridoi Leggi il seguito di questo post »

Oltre il deserto / Capitolo 2

In Finestra sulla Nigeria (del nord) on 1 settembre 2016 at 12:06

Da Finestra sulla Nigeria (del nord), di Un impiegato in favela

Capitolo 2 – Abuja, a margine di una grigliata

La terra non appartiene a nessuno, essa apparterrebbe ad esseri umani se questi fossero pastori del sole.” (Da “Woodabe, Pastori del sole”, di Werner Herzog)

finestra sulla nigeria del nordest

– Te lo dico da italiano e da europeo: sono cose che capitano anche da noi, eccome se capitano, ma io lo chiedo a te nigeriano: come si fa a tollerare che il vice-governatore di uno Stato dove si muore di fame per una serie di motivi terribili (conflitto armato, tagli alle vie di sostentamento delle regioni occupate da Boko Haram ma anche da milioni di civili) se ne vada in giro con un Rolex d’oro al polso? Si tratta di un vice peraltro, figuriamoci il governatore titolare! Al campo sfollati di Pompomari, un campo gestito dal Governo, succede che la gente debba uscire a cercare da mangiare perché non ce n’è a sufficienza per tutti; eppure alcune agenzie dell’ONU come il WFP e la FAO hanno messo a disposizione magazzini ricolmi di riso e altri beni alimentari e fondi per garantire l’alimentazione agli sfollati. Quello del Rolex non è un caso isolato ma un esempio all’interno di un sistema di corruzione consolidato del quale non posso non sospettare che lo stesso Presidente Buhari faccia parte.

– Ti capisco, ma vedi, con Goodluck Johnatan è stato peggio. A un certo punto le pratiche di corruzione hanno raggiunto livelli tali da non poter essere più insabbiate: erano i miliardi che mancavano dalle casse dello Stato, miliardi di dollari! Un cambiamento era necessario.

– Il cambiamento di per sé non conta. Nella storia abbiamo molti esempi di rivoluzioni sfociate in una situazione peggiore di quella alla quale si contrapponevano perché avviate coi mezzi sbagliati (come diceva un amico mio, “i mezzi prefigurano i fini”). Anche Boko Haram invocò e continua a invocare il cambiamento contro la corruzione dei governanti e la mancata ripartizione delle ricchezze derivanti dal petrolio del sud. Non imbracciarono armi, all’inizio. Si appoggiarono su valori di “purezza” dell’Islam credo proprio in reazione alla corruzione di Stato. Dimmi, a loro concederesti qualcosa di simile a ciò che mi pare tu stia concedendo a certi dirigenti?

– Non sono confronti da fare. Boko Haram non rappresenta un cambiamento possibile. Sono degli idioti. Fingono di portare avanti una guerra sbandierando un libro scritto in arabo che la maggior parte di loro non è neanche in grado di leggere (non saprebbero leggerlo neanche nelle traduzioni in inglese peraltro). Sono violenti, sono tali e quali al loro nemico.

– Sì, appunto, sono d’accordo, quindi ancora non capisco perché si dovrebbe esercitare clemenza verso certi governatori e presidenti?

– Amico mio italiano ed europeo,  Leggi il seguito di questo post »