un impiegato in favela

Posts Tagged ‘sierra leone’

Lookman a fumetti, tutto su Lookman

In Lookman, l'uomo che guarda on 22 settembre 2017 at 11:41

Di Lookman, Di Un impiegato in favela

(La storia di Lookman a fumetti, una lettera per lui e i racconti di Lookman dei mesi passati insieme)

(fumetto di Giancarlo Caligaris, dal primo numero di “Buone notizie” del Corriere della sera

Caro Lookman,

questa è la pagina del mio piccolo blog a te dedicata, con l’augurio che possa far conoscere di te e del problema che affligge te e molti altri bambini della tua terra; senza dimenticare che non sei la tua malattia, né la tua disabilità, e che puoi trovare il modo di farne un elemento trascurabile della tua vita. Abbiamo passato 11 mesi in simbiosi, Leggi il seguito di questo post »

Annunci

Lookman a fumetti (oggi sul corriere)

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 19 settembre 2017 at 10:32

Di Un impiegato in favela

Accorrete in edicola oggi 19 settembre e chiedete il Corriere della sera, con l’inserto “Buone notizie”, c’è una sorpresa… (dal fumettista Giancarlo Caligaris).

lookman sul corriere - giancarlo caligaris

Il corriere della sera, settembre 2017

Chi è Lookman?

Chi è che sta in favela?

Finestra su cosa?

Freetown travolta ancora

In Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 31 agosto 2017 at 18:06

Da Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno, di Un impiegato in favela

Ti ricordi la notizia dell’alluvione in Sierra Leone di un paio di settimane fa? Riporto un messaggio di un amico, padre Maurizio Boa, che lavora in soccorso dei sierraleonesi da almeno due decenni.

Sierra Leone alluvione 2017 - Maurizio Boa

“In Agosto a Freetown piove sempre ogni anno e piove molto e in modo torrenziale.
Per tanti anni è piovuto e basta e la gente era anche contenta perché così l’acqua per la stagione secca era assicurata. Allora le colline di Freetown erano ricoperte da folta vegetazione e rigogliose foreste.
Poi pian piano, ma non troppo, tutto è cambiato e Leggi il seguito di questo post »

Dopo un lustro ancora Namoraidera

In Finestra MEMO, Finestra sulla favela Rocinha, Finestra sulla Nigeria (del nord), Finestra sulla Sierra Leone, Finestra sulla Sierra Leone Il ritorno on 2 luglio 2017 at 13:51

Da Finestra MEMO, Di Un impiegato in favela

“Prendi la strada che porta fortuna, scegli la via che va sulla luna” (Vasco)

Da Rio a Freetown alla nigeria al ME

In questi giorni, tutte le namoraideras che, affacciate alla Finestra, si sono lasciate andare a sogni e amore per l’unica grande umanità della quale facciamo parte, sono autorizzate, se lo desiderano, a staccare lo sguardo dal cielo, o a rivolgerlo lassù in modo ancora più intenso, per festeggiare il quinto anno de Finestra sulla favela. Siamo partiti dalla Maggie’s farm, siamo stati accolti da una folla di bimbi dagli occhi frizzantini in ciabattine, pantaloncini e magliettina: correvano sul dorso di una collina per andare a scoprire qualche novità. Siamo tornati a Ponte Lambro, abbiamo capito che l’epidemia di ebola era qualcosa che stava accadendo a persone vere, abbiamo imparato a conoscere una crisi umanitaria ancora oggi ignorata, quella nigeriana, o meglio del lago Ciad (mentre ci si preoccupa degli sbarchi e non si vuole capire che vengono per una gran parte proprio da là); ricongiungendo due parti di umanità che di solito si trascurano a vicenda, abbiamo vissuto il sogno di un volo, restando appesi ad ogni frammento di positiva concretezza che ogni favola che non è favola ma storia vera ci ha concesso. Siamo atterrati in un paese lontano, o meglio, medio-lontano.

A namoraidera: il  mezzo busto di legno che raffigura una ragazza di pelle nera che, con il viso appoggiato al palmo della mano, guarda il cielo trasognata e sospirante

A namoraidera

Nei prossimi giorni resta affacciata, o namoraidera, perché Leggi il seguito di questo post »

O tutto o niente

In Lookman, l'uomo che guarda on 27 maggio 2017 at 17:45

Di Lookman, Di Un impiegato in favela

“Life is what happens to you while you’re busy”

Lookman: ultimi giorni in Italia

“Dev’essere un tripudio dei sensi, sennò niente”, sospirava dal centro di un palco di un teatrino povero di un villaggio in cui di solito si tratta di mercato e di bestiame e di come tirare avanti con la vita. L’acustica era pessima: non era che un capannone dalle pareti di muratura e il tetto di alluminio, torrido da ottobre a marzo nonostante le aperture senza finestra lasciate a respirare sulla fascia superiore delle pareti, soffocato dal battito incalzante dell’acqua che veniva giù dal cielo incessante durante la stagione delle piogge. La platea ascoltava una storia soprendente nella quale una porzione di foresta tropicale non distante dall’oceano e le persone che l’abitavano erano state in qualche modo coinvolte.

Contemporaneamente, dall’altra parte del mondo, in una comoda abitazione di una città dalle strade dall’asfalto limipido e dai mezzi pubblici molto ben funzionanti (quasi sempre), qualcuno si affacciava ai fornelli non prima di aver aperto una bottiglia di vino rosso e di aver fatto partire della musica: la cena di una giornata così intensa ed enigmatica, la prima da un po’ di tempo libera dal pensiero di ciò di cui occuparsi il giorno dopo o la settimana a venire, non poteva che essere corredata di tutto ciò che doveva servire a coinvolgere tutti i sensi: o tutto o niente; fuori, il cielo plumbeo dei temporali di maggio avrebbe incoraggiato a perseverare nel chiudersi in casa, a vivere almeno un attimo solo con se stessi, a prendersi cura anche solo per un attimo di se stessi. Solo un pensiero Leggi il seguito di questo post »