un impiegato in favela

Amman, la città verticale

In Finestra MEMO on 13 agosto 2017 at 12:30

Da Finestra MEMO, Di Un impiegato in favela

giordania amman Finestra sulla favela

Vagavo nel deserto alla ricerca di antiche rovine, avevo noleggiato un’auto d’occasione, un’occasione di cui mi pentii dopo pochi chilometri, quando la gomma esplose e mi accorsi che al posto della ruota di scorta c’era un cacciavite. I chilometri lasciati alle spalle erano troppo pochi per poter nascondere a me stesso che mi ero fatto fregare, troppi per tornare indietro. Guardai lontano di fronte a me, solo dune e cielo, mi voltai ed era lo stesso; mi rivolsi in alto e un raggio di sole mi colpì. Ero lontano da tutto. Potevo morire per davvero. Morire di ingenuità e di fragilità di copertoni. Mi strofinai gli occhi, li dischiusi di nuovo. Mi sembrava che qualcosa fosse cambiato là in fondo, sforzai la vista, sulla linea dell’orizzonte era comparso un puntino nero. Si allargava e tornava a restringersi e si dimenava e si scomponeva, il puntino che, immerso nel ballo fluttuante della fata morgana, mano nella mano con lei, facendosi macchia, danzava col ventre e si allargava e si avvicinava, si avvicinava a me. C’era speranza per me. Sentii i muscoli della schiena distendersi, mi lasciai andare ai ricordi di poche ore prima: eppure solo poche ore prima, sorseggiando una birra, incosciente del destino pronto a colpirmi, me ne stavo affacciato ad una bella terrazza che dava su Amman Est.

*********

Affacciato, osservo il volteggiare ordinato di uno stormo di piccioni, uno di loro sembra guidare il volo, gli altri lo seguono ordinati in due file a V. Lo stormo gira in tondo; sullo sfondo, un sovrapporsi di pareti, cemento, cavi, asfalto e sabbia si adagia su uno strapiombo bucherellato di finestrelle sghembe. Amman Est, il quartiere popolare di una città di quattro milioni di abitanti giordani e palestinesi che accoglie la gran parte dei seicentomila siriani fuggiti in Giordania, si confonde col cielo avvolto nella sabbia. In un locale con licenza per gli alcolici, un gruppo di turisti occidentali e qualche cooperante, più un paio di tavoli di giovani giordani emancipati di ceto medio-alto, osservano sovrappensiero il lento incedere di un’ombra in cielo. Con occhi distaccati, come piccoli abitanti di un fondale oceanico, osservano la sagoma di un grande aereo nero: è forse un aereo del WFP che si porta in pancia un carico di sacchi di cereali da distribuire in terra siriana? La birra scorre anche se costa. Il tramonto si sta completando, il muro di abitazioni di Amman Est si illumina e prende ad agitarsi. Tra le ombre dei bimbi, che sembrano ombre di folletti, un corpicino si fa avanti per osservarti con occhi grandi, spiccica qualche parola in inglese, impaurito e incuriosito, e scompare sbeffeggiandoti nei meandri di un sottoscala, all’inseguimento di un gatto. Dalla sua stessa oscurità emerge la gamba ossuta di un vecchio: immobile come una colonna greca, se ne sta sull’uscio con le palpebre rosse appoggiate alle ginocchia. Il velo avvolto con cura a capelli di donna si dissolve coi suoi colori dietro una finestra senza vetri. Di nuovo da lontano, di nuovo davanti a quella birra, continuando ad osservare Amman Est, intravedo una fiammella che si fa spazio tra le abitazioni e un filo di fumo che si divincola grigio scuro dal fondo color sabbia. Qualcuno di noi da questa parte si scambia uno sguardo, chissà che sarà. La fiammella si gonfia, ora da essa si espandono fluttuando fiamme che danno profondità alle pareti e illuminano il quartiere attorno. Qualcuno di noi ora si guarda. Il fumo si è condensato e un alone rosso minaccia i cavi dell’elettricità. Un moto di apprensione si accende nella sala del bar ma nessuno si muove: sarà normale, capiterà tutti i giorni, devono aver fatto un rogo della spazzatura perché non marcisca e non attiri i topi. Qui non ci sono i topi, è tutto troppo secco. Sì, figurati se non ci sono i topi, quelli stanno dappertutto. Intanto l’incendio prende terreno. Nessuno si muove. Alla luce del fuoco il quartiere si schiarisce, le sagome spariscono, restano i corpi. Il volo dei piccioni è guidato dalla cima di un bastone saldo nel pugno di un uomo, i volatili, ipnotizzati, sono trascinati dal bastone come gli ignavi nell’anticamera dei gironi infernali. Sullo sfondo una distesa verticale di silenzi e di sguardi che svaniscono dietro le crepe. Come può essere che su questa valle, fino a meno di cento anni fa, si adagiassero non più di poche migliaia di capanne perché per più persone non ci sarebbe stata acqua a sufficienza e adesso vi si distende una città di quattro milioni di abitanti che ancora di recente ne ha accolti altri seicentomila? L’acqua dove la trovano? Signore e signori, eccoci di fronte ad una civiltà morente, ed ecco, proprio qui di fronte a noi, ecco anche tutte le civiltà antiche che sono scomparse e poi risorte e poi di nuovo scomparse. Ecco quel volteggiare su se stessi dei piccioni. Ora ricordo anche quale fosse la destinazione dell’ombra nera che procedeva nel cielo, sorniona come un balenottero in mezzo all’oceano: procedeva verso la Dara’a, la regione del sud della Siria ancora occupata dal Daesh o forse da quelli che, una volta ribelli, oggi sono forse al-Qaida, o forse dagli americani, o dai russi, dai cinesi, chissà; procedeva verso la Dara’a, il balenottero, per scaricarvi una fila di bombe. Sorseggio la birra e mi solletica l’idea che domani potrei prendere e andare a Petra, da solo però, fuori dal giro di questi turisti che si fotografano sulla groppa del cammello, si allacciano la kefiah in testa e non si rendono conto di che cosa capiti loro attorno. Il tavolino nero su cui sono appoggiato si schiarisce di un velo grigio opaco, come anche il mio cellulare. Sollevo il cellulare e sotto ne rimane l’alone. Ora so che mi ritrovo immerso anch’io in una nuvola di sabbia, sabbia invisibile, e che faccio parte dell’orizzonte che osservo. Da quell’altra parte, oltre la città verticale, oltre Amman Est, oltre la collina, si intravede la Palestina, il mistero, il conflitto, i pastori che avvolgono la carne di cammello in foglie speziate per distenderla nel fondo di una buca di sabbia scavata sotto il sole, e qui la lasciano tutto il giorno a cuocersi lentamente, per abbandonarsi inebriati del suo profumo, al loro ritorno, subito dopo il tramonto.

*********

Il puntino era diventato macchia, la macchia si era allungata, ora non danzava più con la fata morgana, gradualmente andava delineandosi, ora formava la sagoma di un uomo avvolto fino al capo in una tunica nera; l’uomo, affondando nella sabbia un passo dopo l’altro, lasciandosi dietro una scia di orme, mi era giunto ormai a poche decine di metri e, risvegliatomi dai pensieri di prima, mi chiedevo che cosa fosse quella forma di cerchio che aveva attorno all’addome e che faceva della sua sagoma quella di un pupazzo piuttosto che quella di un uomo, e intanto ce l’avevo ormai di fronte. L’uomo portava una ruota, mi si arrestò davanti. Non capivo se guardasse me o dietro di me: sotto il velo a mala pena scorgevo due vaghi riflessi. Mi passò oltre, raggiunse l’auto, appoggiò la ruota alla portiera, si accasciò sulle ginocchia, immerse le mani nella tunica e ne estrasse un crick e una chiave inglese. Mi avvicinai, balbettai un ringraziamento e chiesi se potevo aiutarlo, così lui, senza distogliere lo sguardo dai bulloni, dalla ruota bucata e da quella sana, prese a dirmi: “Tu non ci vedi ma noi siamo ovunque; siamo dalle parti di casa tua, siamo qui; ci confondiamo con la sabbia e ci siamo. Ti abbiamo visto entrare con volto sicuro. Abbiamo visto la gomma della tua auto consumarsi ed esplodere (gli zoccoli dei nostri cammelli non esplodono, caso mai lo fanno le mine abbandonate laggiù a nord e a ovest), abbiamo sentito il tuo facile scoramento (a proposito, non devi mai fissare il sole dritto negli occhi: è lui il capo), siamo venuti in tuo soccorso, non devi ringraziare, da noi c’è una regola: devi dare supporto a chi si trovi in difficoltà nel raggio dei cinque metri da te”. Prima di finire l’uomo aveva cambiato la ruota, si era alzato, aveva riposto gli strumenti da qualche parte, aveva rifiutato i cinque dollari che gli avevo offerto, si era preso i dieci dollari, si era voltato nella direzione da dove era venuto e, affondando nella sabbia un passo dopo l’altro, era tornato sagoma, macchia, puntino, e poi più niente, dopo aver qua e là danzato con la fata morgana.

Un impiegato in favela

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